Luca ha recentemente superato l’esame per il 1° kyu di kendō.

In kendō, ogni esame è una soglia: non un trofeo, ma un passaggio. Prepararsi per il 1° kyu significa affrontare se stessi. Significa iniziare a guardare con più lucidità i propri limiti, le proprie rigidità, le abitudini che ci trattengono. In questa luce, il 1° kyu non è un riconoscimento esterno, ma un invito a una pratica più consapevole, più profonda, più sincera.

Luca ha colto questo invito.

Allenarsi per un esame è molto diverso dal semplice “praticare come al solito”. Richiede disciplina, ma anche vulnerabilità. Ci costringe a uscire dalla nostra zona di confort: a dedicare tempo al kirikaeshi anche quando il corpo è stanco, a rivedere i fondamentali con umiltà, a esporsi al giudizio degli altri senza cedere alla paura o all’orgoglio. Richiede il coraggio di lavorare proprio su quegli aspetti che ci riescono meno bene — che magari abbiamo evitato per mesi.

Questo processo, faticoso e trasformativo, riflette uno dei principi centrali dello Zen, profondamente intrecciato con la via del kendō: la necessità di guardare dentro, senza filtri, senza illusioni. Lo Zen ci insegna che ogni ostacolo è uno specchio; ciò che ci dà più fastidio, più fatica o più resistenza è spesso ciò che dobbiamo affrontare con più attenzione. E così è anche in kendō: migliorare non significa solo diventare più forti, ma più presenti, più veri.

L’esame è stato solo un pretesto. Un’opportunità per prendersi sul serio, per praticare in modo più completo. È questo lo spirito con cui Luca ha affrontato il percorso. Con dedizione, determinazione e — forse il più importante di tutti — la volontà di mettersi in discussione.

Il 1° kyu non è la fine di nulla. È un inizio. Un nuovo livello di responsabilità verso se stessi e verso il dōjō. E oggi, nel congratularci con Luca, celebriamo proprio questo: il coraggio di entrare davvero nella pratica, con lo spirito del principiante e il cuore aperto.

Lascia un commento

In voga