
Esame superato, ma non le diremo brava…
Oggi, a Modena al seminario dell’Europan Kendo Federation, Corinna ha conseguito il terzo dan di Kendo.
Però aspettiamo a congratularci con lei.
Partiamo dai minuti immediatamente successivi alla prova quando, chiedendole cosa pensasse di questo traguardo importante, nel rispondere, ha usato queste parole:
“Sono contenta del mio percorso”.
“Kendo”, lo sappiamo tutti, significa “via della spada”. Non so a quanto tempo fa risalga questa traduzione, né chi l’abbia effettuata, però – almeno nel mio vissuto – la parola “via” evoca qualcosa di dritto, ordinato, asfaltato, facile da percorrere, magari con dei bei marciapiedi ed i vasi di fiori accanto agli ingressi delle abitazioni.
Il Kendo non è proprio così.
Spendo due minuti per scoprire come è stato tradotto in altre lingue.
In inglese: oltre a way (“maniera” o “via”) esiste path (“sentiero”).
In spagnolo: “camino” (ancora “sentiero”).
– I due minuti sono scaduti –
Ecco, un sentiero è tutt’altro che una via. Un sentiero assomiglia più al percorso a cui ha fatto riferimento Corinna. Un sentiero non è asfaltato, né diritto, proprio come il tratto che si usa per disagnare il percorso intrapeso nel kanji DO.

Chiunque abbia esperienza di trekking o hiking (o abbia letto buoni libri di avventura), sa bene che non è detto che gli ultimi metri necessari a raggiungere una meta o una tappa siano i più difficili.
Le difficoltà si incontrano lungo la via (“via”! uhm… allora forse è una buona traduzione!) e possono essere: uno scarpone rotto, un incrocio mal segnalato, troppa pioggia o troppo sole, acqua che finisce e sorgenti asciutte… insomma è nel percorso che possono capitare – e capitano – mille sventure ed è nel percorso che ci si perde o ci si arrende.
Leggendolo così, il significato del kanji DO è estremamente meno esotico e molto più pragmatico. Quanti ostacoli, disavventure si incontrano durante la pratica? Quanto è contorto, labirintico, faticoso, complicato questo percorso?
Allora, pensando alla nostra esploratrice, è veramente la qualità del tratto finale a farle meritare le congratulazioni, o sono quell’insieme di prove superate, dalla partenza all’arrivo, che dovrebbero esserle riconosciute?
Senza ombra di dubbio quelli che Corinna ha sostenuto oggi sono stati due ottimi Jitsugi, rappresentativi della sua tecnica. Ma niente di più.
Quello che è straordiario è successo mesi fa, anni fa. Come molte e molti di noi, è successo di scommettere su una disciplina (ahimè) poco apprezzata. È successo che non ci si ferma neanche quando le ore di pratica vanno incastrate e ritagliate tra lavoro, famiglia ed altri mille impegni. È successo che bisogna partecipare a dimostrazioni o eventi perchè altrimenti il dojo si svuota. È successo che molta della propria pratica consiste nel fare da motodachi a ragazzi e ragazze che tra due mesi spariranno. È successo di avere in mano una diagnosi che toglierebbe a chiunque l’energia per alzarsi dal letto la mattina, figuriamoci per far kendo. È successo che ci si domanda se questo kendo ci dia ancora qualcosa e tocca andare a ritrovare le motivazioni. È successo che si venga bocciati ad un esame. È successo qualcosa per cui poi non si ha proprio voglia, ma al momento del saluto si è comunque allineati in palestra.
Succedono queste ed altre cose nel nostro percorso, succedono e – se siamo ancora qui – si superano.
È proprio in ognuna di queste situazioni che dovremmo dire “brava!”, “congratulazioni!”, “ottimo lavoro!”… poi all’esame magari si raccoglie qualche frutto di questo lavoro, o magari sarà per la volta successiva.
“Prima vinci poi combatti” è un motto straordinario stampato nelle felpa dei praticanti del dojo di Vibo Valentia.
Oggi Corinna, al seminario dell’European Kendo Federation, ha conseguito il terzo dan; non dovremmo dirle brava per questo ottimo combattimento, avremmo dovuto dirglielo ad ogni vittoria precedente.
Il risultato di oggi è solo una tappa, quello di cui essere contenti è il percorso.
L’ha detto lei eh!

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